ARGENTINA: l’organizzazione e la strategia politiche dei “piqueteros” auto-organizzati, descritte ed analizzate da due esponenti del Movimento Teresa Rodríguez – 15 / 21 febbraio 2004. 

(Fonte: http://brisop.noblogs.org/post/2007/09/10/intervista-a-due-esponenti-del-movimento-teresa-rodriguez-2004/ )

0. PREMESSA

0.1. Contesto delle presenti note:

questo contributo informativo sulla situazione argentina, ed in particolare sull’esperienza dei “piqueteros” auto-organizzati del “Movimento Teresa Rodríguez” (d’ora in avanti MTR), deriva dalla venuta in Italia di due suoi membri, Roberto Martino e Susi del Valle Paz. Per Roberto –già invitato dai COBAS a Firenze nel novembre del 2002 nell’occasione del Foro Sociale Europeo- è stata così l’occasione, sia per riprendere i contatti, che, soprattutto, per verificare la possibilità di reciproci e concreti rapporti tra l’MTR e distinte organizzazioni antagoniste del nostro continente. Roberto Martino e Susi Paz sono questa volta arrivati in Europa su invito di un gruppo di compagne di Amburgo “Mujeres Sin Fronteras”. Oltre alla Germania, dove si sono trattenuti quasi un mese, ed all’Italia, sono stati in Francia ed in Danimarca. Senza entrare nei particolari della loro lunga militanza rivoluzionaria, vogliamo solo ricordare che il compagno di Susi, Hugo Julián Luna, passato per il famigerato “garage Olimpo”, è uno dei 40.000 “desaparecidos” uccisi dalla dittatura militare.

0.2. Sulla metodologia di “montaggio” delle presenti note:

abbiamo enucleato i temi principali toccati da Susi e Roberto sia nelle iniziative pubbliche –Firenze, Pistoia, Livorno, Pisa e Milano- che nelle riunioni con i compagni del movimento: cioè i punti 1, 2, 3, 4 e 5. La trascrizione complessiva ed integrata dei relativi loro interventi costituisce il presente contributo informativo.

0.3. Sigle utilizzate:

MTR = Movimento Teresa Rodríguez

MP =Movimento Piquetero (indica il movimento nel suo insieme, comprendendo tutte le frazioni che lo compongono)

BPN = Blocco Piquetero Nazionale; è il raggruppamento di maggioranza cui aderiva, sino al giugno del 2003, anche l’MTR

1. SUL MOVIMENTO PIQUETERO

Il MP non nasce da una “contrarietà” popolare per la situazione creata dai governi di Carlos Menem, Eduardo Duhalde e soci, servi delle Istituzioni finanziarie internazionali e degli Stati Uniti. L’ MP nasce per lottare contro lo Stato e contro la concezione politica dei partiti di sinistra. Questi partiti, per fissare le idee, nel ’95-’96 erano portatori, sinteticamente, di una linea politica che si basava su due punti:

– il soggetto sociale decisivo nella lotta per il cambio, era il proletariato industriale;

– la rivendicazione strategica, la bandiera di lotta sulla quale organizzare lo scontro, a fronte dell’inizio dei massicci licenziamenti che poi si sarebbero ulteriormente incrementati, era la richiesta di un sussidio mensile di 550 pesos (circa 180 dollari).

 Noi, invece, avevamo chiaro che né il primo né il secondo punto avevano contatti con la realtà, ed i fatti lo dimostrarono. Perché:

– gli operai, quando la crisi iniziò a premere davvero, s’impaurirono; a tal punto si giunse che essi, per non essere licenziati, respingevano persino i manifestini che gli davano di fronte alle fabbriche. L’operaio industriale non poteva certo essere la punta di lancia della resistenza. Quello che occorreva fare era organizzare i disoccupati.

– il sussidio era percepito come impossibile da ottenere, troppi soldi, dalle grandi masse popolari e non sarebbe così stato possibile organizzarle su questo obiettivo.

Inoltre, bisogna considerare che alla caduta del muro di Berlino si era vissuto lo sfacciato passaggio della struttura partitica e sindacale del Partito della Giustizia (il partito di Domingo Perón), che, da canale storico delle richieste popolari era passato al sostenimento totale della teoria e soprattutto della pratica neoliberista; cosa che aveva chiuso il cerchio dell’impotenza e della sfiducia che serrava i lavoratori.

Allora, la nostra filosofia fu quella di mettere in campo lotte piccole ma vincenti; che facessero capire alla gente che organizzarsi per lottare valeva ancora la pena. Questo il recente passato.

Dai fattori politici ed economici enunciati -inadeguatezza complessiva dei partiti di sinistra e “tradimento” del Partito della Giustizia, licenziamenti che colpivano centinaia di migliaia di lavoratori- nasce l’ MP. Esso è il luogo dove si ricrea la lotta politica in Argentina. Nei decenni passati questo accadeva nelle cellule di base peroniste, ora accade nell’ MP. Questo si può capire da un semplice esempio: da 5 anni il peronismo non può più fare un’iniziativa nella Plaza de Mayo; il MP la occupa in ogni sua iniziativa.

Il MP è composto da una grande diversità di correnti politiche ed ideologiche. La più grande ha una orientazione maoista, poi vi è la trotzkista, la guevarista, la stalinista e quella del nazionalismo rivoluzionario, il che sottolinea comunque come l’ MP non nasca dal nulla, ma all’interno della tradizione storica di lotta e di organizzazione della classe lavoratrice argentina. Da questo panorama, si capisce facilmente come siano sempre falliti i tentativi di creare un Centro di coordinamento nazionale, e che solo pezzi di movimento si accordino tra loro su determinati temi e che solo in casi molto particolari si agisca congiuntamente.

Varie correnti “piquetere” sono, di fatto, emanazioni dei partiti della sinistra che, con i loro uomini, sono riusciti ad egemonizzare le loro direzioni. Il “Polo Operaio” risponde al “Partito Operaio” (trotzkista), il “Movimento Territoriale di Liberazione” al partito comunista, il “Movimento Teresa Vive” al partito socialista, “Il Coordinamento di Unità dei Quartieri” al Partito Rivoluzionario e cosi via. Queste correnti si integrano nel Blocco Piquetero Nazionale (BPN).

Il MP è presente in tutto il paese ma ha un peso maggiore nella Grande Buenos Aires (Buenos Aires e cintura periferica), in Salta e Jujuy nel nord; organizza 250.000 famiglie, più di un milione di persone, che non è poco. Bisogna però pensare che i disoccupati sono circa sei milioni e che venti milioni di argentini vivono sulla o sotto la soglia di povertà.

NOI DELL’ MTR -come altre distinte realtà “piquetere” , Aníbal Verón, il movimento dei disoccupati della città di Mosconi, per citarne alcune- NON ABBIAMO DIETRO NESSUN PARTITO.

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Viva la Commune

Pubblicato: 27 novembre 2011 in Uncategorized

For the Oakland Commune

Pubblicato: 27 novembre 2011 in World
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Diavoli del fango

Pubblicato: 25 novembre 2011 in Italia


“Alcune giornate segnano la vita delle città e dei suoi abitanti in maniera indelebile. Certe volte, in una manciata di giorni, si possono provare sentimenti così contrastanti che, chi non li ha vissuti, non può comprendere a pieno.
I metereologi prevedevano i rischi, i giornali riportavano titoli apocalittici, eppure tutto sembrava come un normale acquazzone. Dietro l’incredulità, che poche ore dopo avremmo maledetto, ci sono ragioni ben precise. La nostra quotidianità è scandita da orari, schemi, tragitti non decisi da noi: sono quelli che ci portano ogni giorno nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. Chi giudica stupidi o imprudenti coloro che hanno rischiato o perso la vita uscendo nel bel mezzo dell’inferno per raggiungere parenti, amici o semplicemente la propria casa, non tiene conto del fatto che viviamo in una società dove purtroppo non ci è concesso rimanere sotto le coperte se il tempo fuori non ci aggrada.
Le scuole erano aperte, ai lavoratori di ogni categoria toccava far funzionare la città come in un qualsiasi giorno, macchine e cassonetti (che per partite di calcio o semplici manifestazioni vengono portati via senza il minimo buonsenso) rimanevano al loro posto. Per gli errori di valutazione degli “esperti” e di chi ha in mano il potere in questa città, non si è evitato l’evitabile: la strage di chi lavorava come in un giorno normale o di chi tentava di raggiungere i propri cari (la rete di telefonia mobile impazzita per 24 h rende bene la quantità di persone che avevano qualcuno per cui stare in pensiero).
Ma c’è anche stato un duplice errore di noi tutti. Credere alle istituzioni, che non meritano alcuna fiducia; delegare a chi ci comanda la sicurezza nostra e di chi ci è più caro. La reazione dei giorni seguenti però possiamo definirla incredibile se non magica. Una città che spesso viene descritta come avida, soprattutto di sentimenti, dove della socialità e del mutuo appoggio, per cui i quartieri erano famosi, non è rimasto che uno sbiadito ricordo, ha deciso finalmente di non aspettare che dai piani alti arrivassero le soluzioni e gli aiuti.
Sotto gli occhi complici dei passanti i cantieri della città sono stati “ripuliti”, da alcuni volenterosi, di tutto ciò che poteva essere utile: non hanno aspettato che qualcuno dicesse dove andare, non hanno aspettato che qualcuno procurasse pale, secchi, cuffe.
La macchina dei soccorsi non convinceva nessuno: pochi uomini, pochi mezzi, l’assurdità delle strade distrutte dalla furia del fango, zone altamente presidiate dalle Forze dell’Ordine perché sotto i riflettori dei media, e zone completamente dimenticate dalla stessa Protezione Civile, che nel frattempo dissuadeva dal muoversi autonomamente chi voleva dare una mano.
Quando abbiamo iniziato a lavorare ci sentivamo impotenti, impacciati, quasi inutili. Ma col passare delle ore, con l’aumentare delle braccia abbiamo iniziato a renderci conto della nostra forza, guardavamo increduli riemergere i marciapiedi, i tombini, le panchine prima irriconoscibili. L’entusiasmo del trovare in un amico o in un conoscente un fratello, da abbracciare alla fine delle mille piccole “imprese” che hanno segnato le giornate, lo scovare in sconosciuti lo stesso sorriso sui volti sporchi e affaticatici ha fatto sentire vicini. Nessuno comandava le operazioni, ognuno metteva a disposizione la propria esperienza e le proprie conoscenze.
Dividerci i pasti distribuiti, brindare con le birre regalate, passarci sigarette… Dietro la gioia del riscoprire che uniti e auto-organizzati si vince c’è la consapevolezza di essersi opposti a una devastazione, che non cade dal cielo come l’acqua ma che si infiltra nelle nostre vite quotidiane. La scelta di non delegare ad autorità e istituzioni la pulizia delle strade, l’aiuto a chi ha perso casa, non è del tutto “angelica” come i media provano a far passare.
Quella voglia di vedere coi nostri occhi le zone disastrate, procurarci da soli il necessario per ripulirle, lavorare dividendoci spontaneamente compiti e mansioni, inventarsi soluzioni per superare senza scoraggiarsi ogni ostacolo, non nasce solo da un sentimento di solidarietà ma anche da precisi motivi di rabbia: la rabbia verso chi considera agibili pezzi di città che si trasformano in trappole mortali e allo stesso tempo sfratta chi non può permettersi un affitto o chi vive in edifici che per motivi speculativi vengono considerati inagibili; la rabbia verso chi ha tenuto aperti luoghi di lavoro e scuole per poi addirittura vantarsene il giorno seguente, la rabbia verso chi pretende di comandarci, decidere per noi e poi si dimostra totalmente sprezzante delle vite degli abitanti della città; la rabbia verso chi ha speculato per decenni cementificando, edificando dove era folle, strozzando in una morsa di case abitate corsi d’acqua poi abbandonati a sé stessi.
Questa rabbia ha donato fiducia in noi stessi e negli altri abitanti della città, ci ha convinti definitivamente a non avere nessuna fiducia in politici di ogni colore e istituzioni, il cui solo compito è di perpetrare la ricchezza di pochi impoverendo molti. Tagli ai servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione, assistenza), lavoro precario e introvabile, strozzinaggio legalizzato tramite prestiti e mutui, ci rendono sempre più sfruttati e ricattabili.
Non dimentichiamoci la lezione di questi giorni: supportandoci, incontrandoci, conoscendoci possiamo migliorare i nostri quartieri e riscoprirci più forti e capaci delle istituzioni. Non deleghiamo a nessuno i nostri bisogni: che si pretendano case, rimborsi, aiuti a chi ha perso la casa o a chi ha subito danni nell’alluvione, e che non si creda a nessuna promessa.
Se le case non arrivano presto, che vengano prese! La città è piena di edifici in ottime condizioni perfettamente abitabili, rompere i lucchetti e le serrature, prenderseli, è un gesto giusto e sacrosanto quanto spalare via il fango.”
Diavoli del fango

Dalla Comune di Parigi alla Comune di Cheran

Pubblicato: 10 settembre 2011 in World

Dalla Comune di Parigi alla Comune di Cherán

di Salvador Diaz Sanchez (traduzione a cura di Nodo Solidale )

Cherán è una comune dove la vita scorre come in un alveare, fra baraonda e ribellione. Angeli guardiani e fate notturne brulicano in questo spazio di lotta animando un andirivieni di esperienze, un continuo scambio di punti di vista, un transito di argonauti alla ricerca del vello della libertà. Luogo della circolazione inarrestabile di sogni e di parole in perenne movimento, moltitudine di nuove immagini che si mescolano ogni giorno. Cherán è un porto sicuro nella costa dell’infinito, difeso e custodito dai venti forti che vigilano come creature di Satana. E’ una frontiera naturale fra il bene comune e il male organizzato, dove capitano incontri insoliti e incontri amari. E’ un rinnovamento costante di sforzi e obiettivi. Cherán è un porto in un oceano di esperienze che arricchiscono i suoi abitanti.

Ma rimando il mio sguardo indietro nel tempo quando subentra la voglia di tracciare un parallelo con le storie di altri popoli in rivolta. Visualizzo le immagini degli avvenimenti come in una serie di diapositive, una successione di paesaggi rivoluzionari di altri tempi. Vedo Atenco, naturalmente, che ho vissuto intensamente e in prima persona insieme ai miei coraggiosi compagni; vedo le immagini pulsanti e agguerrite degli indios zapatisti del Chiapas, combattendo contro l’esercito in quei primi giorni del 1994; vedo scorrere lentamente le diapositive della lotta della APPO nel 2006 sulle barricate. Ma ciò che più di altre cose rimane nella mia mente come i dagherrotipi (ne esistono), le incisioni (anche queste), i disegni di Gustavo Doré – anche se appartiene a un’epoca in cui non si illustrava la rivoluzione proletaria francese – o le immagini di Durero – che non illustrò mai neanche da lontano quella sollevazione popolare – ciò a cui la vita di Cherán mi rimanda sono le esperienze mai vissute, ma sognate, immaginate e graficamente narrate delle barricate della Comune di Parigi.

Nel corso di quelle giornate memorabili del 1871, partendo dall’opposizione ad un governo praticamente inesistente, le classi povere della popolazione povera francese istituirono la Comune di Parigi mediante il voto universale. Nel 2011 anche a Cherán si crea, con il voto popolare esercitato nella sua forma tradizionale, una comune; in risposta all’inutilità di un governo né rispettato né rispettabile che è stato incapace di difendere la comunità dagli attacchi dei “tagliaboschi”, che minacciano la popolazione dal 2008. L’unanimità di questa decisione politica ha determinato la ragione e la forza dell’organizzazione a livello politico, sociale, economico e culturale di questo territorio sulle montagne del Michoacán. E se la Comune parigina esercitò il potere sovrano e popolare per tre mesi, la comunità indigena purepecha ha superato questo periodo esercitando lo stesso potere. Così come quella parigina, la Comune di Cherán è il prodotto di circostanze estreme e complesse che ne hanno determinato le caratteristiche del tutto particolari. Qui confluiscono diversi settori sociali, come i contadini delle foreste, i commercianti e gli artigiani; ma sono tre i fattori che li accomunano, determinandone unità e forza: la loro origine rurale, l’autodifesa contro i nemici esterni, la lotta antielettorale.

1.    La vita contadina. I 20 mila abitanti di Cherán sono vincolati alla loro terra e ai monti e la maggior parte di essi vive di questi e di agricoltura; con abitudini, rituali, religioni, feste e culture ancestrali derivati dalla relazione con lo spazio geografico. Al centro della vita della popolazione ci sono la terra e l’ambiente.

2.    L’autodifesa e l’espulsione della criminalità organizzata. Il suo stile di vita e le relazioni all’interno della comunità – così come i boschi, la terra e lo spazio comune che include anche aria, acqua e risorse naturali – sono stati minacciati dal momento in cui la criminalità organizzata è arrivata al villaggio per impossessarsi della fonte delle proprie entrate: il bosco. Quasi la metà dei suoi monti sono stati depredati, devastati e incendiati dai criminali che si installarono (mediante il terrore organizzato e rivolto anche alla popolazione civile) in questo gioiello dell’altopiano purepecho.

Il potere criminale si è poi esteso in tutto il municipio assassinando, sequestrando e facendo sparire gli abitanti che si opponevano all’esproprio dei propri beni materiali; abitanti ai quali già veniva richiesta la “plaza” (estorsione mascherata da vendita di sicurezza ai commercianti perché possano lavorare tranquillamente – in italiano, il “pizzo”), e che subivano abusi in ogni quartiere del municipio.

3.    La lotta antielettorale e l’organizzazione politica. Nonostante l’esistenza dei tradizionali attori della politica corrotta dei partiti ufficiali, la maggioranza assoluta degli abitanti di Cherán ha deciso di impedire le elezioni di novembre per il governatorato del Michoacán. Conoscono bene l’operato dei loro avversari e proprio partendo da questo lavorano all’instaurazione di un municipio autonomo, dove i partiti non possano compromettere la vita della comunità né le norme e i costumi indigeni. In questo modo si rompe l’ordine borghese che ha condotto gli abitanti ad una situazione insostenibile.

Così come nella Comune di Parigi, dove questa riuscì a smembrare l’esercito, a Cherán è stata cacciata la polizia del municipio ed è stato istituito un corpo di polizia popolare (come in alcune regioni dello stato di Guerrero), chiamata Ronda Comunitaria. Nata dal cuore della rete di relazioni indigeno-comunitarie, si tratta di un corpo d’élite scelto e formato da giovani inattaccabili della comunità, la cui funzione è quella di preservare l’ordine e la sicurezza degli abitanti della comunità in lotta, oltre che autodifenderla da attacchi, estorsioni, sequestri e omicidi da parte della criminalità organizzata. Naturalmente “in questo villaggio non ci sono ladri” di nessuna specie; non si registra un solo furto, abuso o ingiustizia. A differenza di quanto riportano i ciarlatani dei media locali del Michoacán o in alcuni notiziari televisivi nazionali, secondo i quali la popolazione vivrebbe reclusa nel proprio villaggio, gli abitanti della comunità vivono in una sorta di oasi sociale, con la tranquillità e l’armonia agognate in molte altre comunità oggi assediate da criminalità e delinquenza.

Così come nella Comune di Parigi, a Cherán è stato smantellato l’apparato burocratico governativo e ci si è organizzati in accordo con la cultura e le tradizioni della comunità, svolgendo i lavori sociali dei funzionari governativi tramite abitanti volontari senza stipendio né paga previsti per alcuna prestazione. Da aprile le lezioni sono state sospese in tutto il municipio, e ora si realizzano corsi e laboratori tenuti da istruttori che non ricevono alcuna retribuzione economica. Alcuni abitanti assicurano che i bambini apprendono di più durante i falò, nelle azioni collettive o durante i lavori sociali piuttosto che nelle aule ufficiali.

Ma ciò che ha dato un’impronta indelebile alla Comune di Cherán è l’attuazione di un provvedimento che ha significato dignità e pace per questo movimento di autodifesa, ovvero la “ley seca”: è vietata la vendita di bevande alcoliche e non si permette a nessuno di bere per le strade della Comune; pena il carcere preventivo e una multa che si paga con il lavoro comunitario, come la pulizia delle strade o la verniciatura delle mura delle abitazioni. In relazione a questo sono scomparsi i graffiti che erano molto comuni in tutti gli agglomerati di case del paese. Sulla rigorosa “ley seca” viene fatta solo una piccola concessione nel caso degli “squadroni dei moribondi”, ovvero i casi gravi di alcolisti ai quali viene somministrata una dose si alcol periodica per risparmiare sofferenze inutili.

Naturalmente far rispettare questa legge e punire gli eventuali trasgressori è compito della Ronda Comunitaria, che si è guadagnata il rispetto di tutte le fazioni. Così come la Comune di Parigi, di origine proletaria, la Comune del Michoacán con le sue radici contadine è un movimento di massa che ha saputo rinsaldare i magici e tenaci legami all’interno della comunità; dando coesione alle azioni collettive di autodifesa e autorganizzazione, dove si registra un alto grado di partecipazione e impegno collettivo da parte dei figli e delle figlie dei campi e dei boschi.

Però, a differenza della Comune di Parigi e dei patrioti francesi, la Comune di Cherán non attenta contro lo stato, poiché questo si è già dimostrato incompetente nel risolvere le contraddizioni sociali – come ha riconosciuto pubblicamente Felipe Calderón e come hanno confermato il governo statale, federale e municipale mostrando la propria cinica compiacenza o complicità con il crimine organizzato. Una verità, questa, che non si può nascondere dietro i discorsi demagogici officiali che parlano di lotta alla criminalità – da qui emerge una differenza rispetto al movimento francese. Gli abitanti di Cherán infatti non combattono frontalmente lo stato, ma l’inutilità e il marciume di uno stato capitalista borghese che non resiste al cancro della corruzione: una posizione fondante di questa lotta anticapitalista, che incontra movimenti fratelli in Spagna, Cile, Grecia, così come in molti altri luoghi nel mondo.

Nella Comune non ci sono incarichi di direzione, e le questioni politiche vengono sollevate nell’ambito dei 189 falò familiari (che si tengono nell’ambito locale delle aree interne a ciascun quartiere), per poi passare dai falò all’assemblea di quartiere (quattro quartieri), e da lì all’Assemblea Generale del Popolo. Esiste un consiglio comunale che svolge le funzioni esecutive, delegando a commissioni minori gli incarichi relativi all’organizzazione culturale, politica, economica e sociale. Nel corso del tempo la Comune è riuscita a porre fine allo sconforto e all’incertezza che regnavano fra i propri membri, e ha quasi recuperato il proprio regolare ritmo di vita.
Il commercio si è praticamente stabilizzato e molti contadini escono con cautela a coltivare i propri campi, con la protezione della Ronda Comunitaria, che ha mantenuto a distanza le bande criminali allontanando anche la paura iniziale. Ciononostante è ancora tangibile il problema di molte famiglie che hanno risentito della situazione critica, e che dipendono dal sostegno che ricevono da parte di organizzazioni solidali sotto forma di provviste.

Nonostante la moltitudine di problemi dovuti all’instabilità economica va sottolineato che la forza di questo autogoverno proviene dalla modalità di discussione collettiva; poiché in ciascuno dei falò e delle barricate si discutono e si decidono quotidianamente i passi da seguire, le azioni da realizzare, la rotazione delle commissioni, il cambio delle guardie, il dislocamento delle ronde, le attività di pulizia e tutto il resto. Tutto questo ha consolidato la coscienza di classe, plasmando il fattore democratico che comincia a caratterizzare il movimento come modello senza precedenti: baluardo di resistenza popolare e simbolo della lotta che trascende il carattere locale, regionale, nazionale per arrivare fino all’internazionale.

Ma l’insegnamento fondamentale che questa comunità ha impartito alla classe politica corrotta ad ogni livello, e a tutti i settori della sinistra “moderata” che vive sulle urne elettorali, è che esiste un’altra forma di fare politica che non ha bisogno degli speculatori, dei re della truffa, dei signori del lobbismo e degli squali della politica arraffona che si trincerano dietro la demagogia della “democrazia tutelata”. Gli abitanti di Cherán hanno scelto di vivere con dignità e di autogovernarsi con la forza che viene loro dalla coscienza comunitaria, ovvero la massima espressione della coscienza globale – perché essa ama la terra e la natura, e desidera la convivenza in forma orizzontale degli esseri umani.

Questa dimostrazione di potere popolare, libero e sovrano, porta in sé il seme di un altro mondo, dove sono contenuti altri mondi possibili. Questo è il gran insegnamento della Comune di Cherán. Che cosa viene dopo? La solidarietà di ciascuno degli esseri umani che credono nei princìpi di uguaglianza, di tutt* coloro che lottano per fare di questo mondo un mondo in cui la giustizia regni al di sopra delle ambizioni personali, e in cui la società civile restituisca dignità alla pratica che questi ciarlatani utilizzano come trampolino di arricchimento e che chiamano “politica”. Perché questa si trasformi in democrazia popolare, e perché la massa e il popolo lavoratore siano i reali beneficiari della ricchezza sociale